Laboratori di Arte terapia

Laboratori di Arte terapia e Lettura

nelle Comunità per madri con figli “Stein” e “Majno”

a cura di Annamaria Laricchiuta che opera nella Comunità per gestanti e madri con figli “Stein”

 

Quest'anno  durante  il  periodo  primaverile i  nostri  utenti  hanno  potuto  partecipare a  due  laboratori  a  cadenza  settimanale che  si  sono svolti  all'interno  del  CAP :

  • -laboratorio  di Arteterapia  rivolto  alle  mamme
  • -laboratorio  di  Lettura rivolto  a  mamme  e bambini.

 Il laboratorio di arteterapia, tenutosi da febbraio a maggio 2025,  è nato con l’intento di offrire alle mamme della comunità uno spazio protetto e accogliente, dove hanno potuto riscoprire se stesse attraverso l’espressione creativa. L’obiettivo principale è stato quello di favorire il benessere psicologico ed emotivo, creando momenti in cui le partecipanti si sono alleggerite dalle pressioni quotidiane e si sono dedicate a un tempo di cura personale. Attraverso l’uso dei materiali artistici e delle diverse tecniche espressive, le mamme hanno avuto la possibilità di dare forma a emozioni e vissuti spesso difficili da tradurre in parole.

Il laboratorio si è proposto di stimolare la creatività come risorsa interiore, incoraggiando la scoperta di capacità nuove o dimenticate e rinforzando così l’autostima. Parallelamente, l’attività creativa è diventata un’occasione per elaborare tensioni, paure e preoccupazioni legate al ruolo materno, trovando nuovi modi per affrontare le sfide della vita quotidiana. Un altro obiettivo importante è stato quello di rafforzare la consapevolezza corporea ed emotiva, promuovendo un ascolto di sé più profondo e autentico.

Dal punto di vista relazionale, il laboratorio ha voluto favorire il senso di appartenenza e di condivisione. Lavorare insieme ad altre mamme, osservare i lavori reciproci e confrontarsi in un clima non giudicante, ha consentito di sentirsi meno sole e più sostenute. Questo processo ha facilitato la nascita di legami solidali all’interno della comunità e ha rafforzato la rete di supporto reciproco.

Un’ulteriore finalità è stata quella di offrire strumenti pratici per la gestione dello stress e delle emozioni, che le mamme hanno potuto utilizzare anche al di fuori del laboratorio. Attraverso l’esperienza diretta, hanno acquisito maggiore fiducia nelle proprie risorse creative e hanno portato questa energia anche nella relazione con i figli.

Infine, il laboratorio ha voluto valorizzare ogni donna nella sua unicità, aiutandola a riconoscere la propria storia personale come fonte di forza e ispirazione. L’arte è diventata così un canale di trasformazione, di crescita personale e di rigenerazione, che ha aperto nuove prospettive sul proprio cammino di vita.

La  partecipazione al   laboratorio  di Arte terapia è  stata sin  da  subito numerosa,le mamme hanno  manifestato interesse  ed  entusiasmo riportando  feedback  molto  positivi.In  particolare  una  delle  nostre  mamme  più giovani ha  raccontato  attraverso la  sua "creazione" in  argilla il  proprio  vissuto esternando  emozioni importanti.

Da aprile a giugno 2025 si è svolto il Laboratorio di lettura per madri e figli presso le Comunità “Stein” e “Majno”.

Il laboratorio condotto da una animatrice culturale ha voluto coinvolgere le i nuclei  madri -figli.  La lettura condivisa rappresenta uno strumento privilegiato nel lavoro educativo con i nuclei madre-bambino accolti nelle comunità di accoglienza. Il laboratorio di lettura nasce dall'esigenza di offrire a mamme e bambini uno spazio intimo e protetto dove ricostruire e rafforzare il loro legame affettivo attraverso l'esperienza magica del racconto.

L'obiettivo principale è quello di potenziare la diade madre-figlio, creando momenti di vicinanza emotiva che spesso, a causa delle difficoltà vissute, risultano compromessi o fragili. Quando una mamma legge al proprio bambino, non sta semplicemente raccontando una storia: sta costruendo un ponte comunicativo fatto di sguardi, sorrisi, carezze e parole dolci che nutrono l'anima del piccolo e rinsaldano la fiducia reciproca.

Il laboratorio si propone inoltre di stimolare lo sviluppo cognitivo e linguistico dei bambini, molti dei quali presentano ritardi o difficoltà dovute alle esperienze traumatiche vissute. La lettura ad alta voce favorisce l'arricchimento del vocabolario, migliora la capacità di ascolto e concentrazione, e prepara i piccoli agli apprendimenti scolastici futuri. Per le mamme rappresenta un'opportunità per acquisire nuove competenze educative e scoprire modalità di relazione più efficaci con i propri figli.

Non va sottovalutata la dimensione sociale del laboratorio: i momenti di condivisione tra i diversi nuclei favoriscono l'integrazione, lo scambio culturale e la creazione di una rete di supporto reciproco. Le storie diventano ponti tra culture diverse, permettendo a ciascuna famiglia di condividere le proprie tradizioni narrative mentre si apre a quelle degli altri. Infine, la narrazione assume una funzione quasi terapeutica, offrendo a mamme e bambini la possibilità di elaborare, attraverso le vicende dei personaggi, le proprie emozioni e le esperienze difficili vissute. 

Inizialmente,  vi è  stata una   resistenza da  parte  delle  mamme ma  via  via la  partecipazione si  è  incrementata. I  bambini  soprattutto hanno  manifestato molto  interesse e  divertimento  durante gli  appuntamenti  del  laboratorio visto  che  oltre  alla  lettura  finalizzata alla  riflessione sul  contenuto altresì  si  svolgevano    attività  di  disegno e  pittura.

Le equipe “Stein” e “Majno” ritengono fondamentale continuare a proporre agli utenti progetti e percorsi con l’obiettivo di dare sempre più strumenti che potenzino competenze e risorse. Nell’autunno prossimo si sta progettando un percorso formativo di gruppo con le mamme su tematiche inerenti alla  “genitorialità”. 

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INTRECCI DI VITE

INTRECCI DI VITE

A cura di Simona Baldassarre in servizio presso il Gruppo Appartamento “Alan Kurdi” e e Chaka (nome di Fantasia)


Spesso mi capita di ritrovarmi a spiegare il mio lavoro a chi non fa parte della rete dell’accoglienza e mi rendo conto di quanto sia complicato poterlo fare a parole; tutto sarebbe più semplice se si potesse far parlare il cuore, la pancia e le emozioni.
Fare questo lavoro è per me, una missione, unita ad una consistente formazione teorica e soprattutto sul campo:  non esiste infatti nessun corso di studi o preparazione che possa guidarti e insegnarti che certi legami nascono da dentro; certe relazioni autentiche e libere da ogni forma di pregiudizio con i ragazzi, si istaurano se si è pronti ad accogliere tutto il mondo dell’altro e mettersi a disposizione.

Probabilmente, sono queste modalità relazionali che riescono a farti lavorare nel miglior modo possibile. 

E’ inspiegabile cosa si provi quando un ragazzo realizza i suoi sogni o la commozione di quando qualcuno va via, coronando in pieno il suo percorso di autonomia, con un lavoro stabile e una casa. L’altra faccia della medaglia, però, è anche la tanta fatica, quella che provi nel dover supportare chi non vuole il tuo aiuto e quello delle Istituzioni, o quando provi ad affrontare situazioni difficili, più grandi di te. Proprio in questi momenti occorre una messa in discussione non indifferente, occorre capovolgere le tue visioni, i tuoi punti di vista ed avere il coraggio di saltare oltre le barricate delle frontiere, dei limiti comuni.
Sono certa, però, che il nostro lavoro in un modo o nell’altro, arrivi sempre nel cuore dei ragazzi e che ognuno nel proprio sia riconoscente come noi lo siamo a loro per ciò che lasciano e ci insegnano: nuove esperienze di vita, nuove relazioni ma soprattutto la speranza di chi farà di tutto per potersi realizzare nel migliore dei modi possibili.
Una volta ero al Cara per l’accoglienza di uno dei nostri ragazzi: chissà se sia stato il caso ma il mio sguardo, nonostante  ci fossi stata altre volte, si è posato per la prima volta su una frase che lì c’è sempre stata “quando avrete giornate difficili, ricordate che fate un lavoro che vi permette di salvare la vita di qualcuno” .

Credo che mai nessuna frase possa essere più significativa per spiegare ciò che ogni giorno, ognuno di noi, fa: non si tratta di salvare letteralmente la vita delle persone, ognuno sceglie le modalità più consone per lui per condurre la sua esistenza e le difficoltà emergenti, ma sicuramente noi educatori nella nostra Equipe siamo dei “traghettatori di ponti”: sosteniamo, accompagniamo e creiamo con i ragazzi connessioni che permettano loro almeno di avere il cuore un po' più leggero in questa fase del percorso.
E’ anche per questo che abbiamo pensato di far venire fuori e mettere nero su bianco quelli che sono i pensieri dei nostri ragazzi e, qui di seguito, abbiamo deciso di riportare lo stralcio di uno scritto particolarmente significativo che va a rappresentare ciò che realmente si crea nei nostri gruppi appartamento: un senso di appartenenza simile ad una famiglia un po' particolare, come tutte del resto!
“Sono un ragazzo come tanti altri, con i sogni, ma da dove vengo ci fanno sentire che non abbiamo il diritto di sognare. Ti diranno che non ce la fai non con le parole ma con le azioni, con i comportamenti. Tanti come me, dopo aver vissuto una vita con queste persone, lasciamo il nostro paese, le nostre famiglie e la nostra vita. Tanti di noi escono senza sapere dove andare, tanti di noi lasciano casa senza dire niente a nessuno e, dopo un lungo viaggio e superare il sole, la fame, la sete e il mare, ci troviamo qua senza niente e nessuno che conosciamo.
Dopo tutto questo, verrà una persona che non conosci e neanche lui ti conosce, ti prende e ti inserisce in un progetto. All’inizio è difficile perché ti ritrovi in un posto che non conosci e nessuno ti conosce. Ti fanno andare a scuola, ti aiutano a integrarti, fanno quello che nessuno ha mai fatto per te e da sconosciuti diventate una famiglia. Per gli educatori siamo come dei figli e loro per noi sono come mamme e dopo aver passato un periodo, questo legame continua. 
Quando sono arrivato qua non ero socievole perché avevo una visione diversa della vita, pensavo che la gente accanto a me vuole solo approfittarsene ma dopo aver vissuto tanti eventi con gli educatori, si è creato un legame non di amicizia ma di familiarità perché un amico è un conoscente e un familiare è qualcuno che fa parte della tua vita e qua non siamo amici, siamo una famiglia.” 





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Educatori e bullismo

Educatori e bullismo

Un articolo sul bullismo ed il lavoro di equipe con particolare riferimento agli adolescenti stranieri 
a  cura di Vanessa Carella in servizio presso Gruppo Appartamento “Peppino Impastato”

Conosciamo tutti la definizione di bullismo. Fenomeno che tende ad allargarsi sempre più tra i giovanissimi con l’avvento della tecnologia, assumendo nuove forme che trovano sfogo nel cyberbullismo. Difficile diventa quindi scovare gli atteggiamenti di prevaricazione che interessano i più deboli, perché i social sono così tanti e vasti da sfuggire alle volte al controllo degli adulti. Sono i giovani ad avere maggiore capacità di gestione e quindi manipolazione delle piattaforme online, che non implica necessariamente una corretta capacità di utilizzo delle stesse.
Dietro quello che spesso viene definito “scherzo”, si può nascondere una dinamica di prevaricazione che se non riconosciuta, sfocia in una sfilza di “scherzi” ripetuti che possono essere riconducibili al fenomeno del bullismo.
Bullismo e cyberbullismo necessitano da parte degli educatori pazienza e capacità di osservazione di gesti, azioni, sguardi, che permettono loro di individuare tracce del fenomeno.
Da ciò, si rivelano utili le metodologie narrative: saper narrare e far narrare. Rispetto alla vittima, conduce alla capacità di riconoscimento di ciò che sta vivendo, perché spesso tali prevaricazioni subite non vengono riconosciute in quanto scambiate per semplici scherzi; vengono in altri casi “accettate” perché ci si sente così parte di un gruppo di persone che ci tiene in considerazione, che nel quotidiano esercita dinamiche di potere tollerabili, rispetto alla completa esclusione dal gruppo di pari.
Rispetto all’artefice di comportamenti prevaricanti, saper narrare e far narrare può portare alla costruzione delle vicende personali che li hanno condotti a comportarsi in tal modo e al riconoscimento dei propri atti, ponendo le basi per la riflessione sulla situazione; questo perché l’arroganza e la sfrontatezza del bullo spesso non vengono riconosciti dallo stesso come negativi, in quanto facenti parte di modalità di comportamenti riconducibili allo stile educativo dato dai genitori e da ciò che suggeriscono i media, da cui i giovanissimi sono bombardati.
Lavorare con adolescenti stranieri comporta per l’educatore di comunità o gruppo appartamento un doppio sforzo nel riconoscimento del fenomeno. La barriera linguistica tra educatore e educando rende complesso comprendere tutto ciò che i ragazzi si dicono, per cui eventuali dinamiche di potere e prevaricazione vengono celate dietro all’incomprensione linguistica.
L’educatore deve cercare di osservare con estrema attenzione i comportamenti dei ragazzi, supportato dal prezioso lavoro d’equipe che fa sì che ciò che non vede uno, venga notato dall’altro, per poi essere confermato o confutato da tutti. È un lavoro lungo che non può avere risoluzione in poco tempo, proprio perché l’interculturalità che caratterizza le comunità accoglienti prevede necessariamente maggiori difficoltà in termini di comunicazione e comprensione dell’interiorità dei ragazzi, così come nei ragazzi la capacità di comprendersi e quindi narrarsi.
La relazione empatica che si crea tra educatore e educando richiede essa stessa del tempo soggettivo in base al ragazzo, ma diventa fondamentale per permettere a colui che viene bullizzato di aprirsi e a colui che tende a sopraffare l’altro di porsi in una condizione di ascolto nei confronti dell’educatore, affinché si possa lavorare con l’uno e con l’altro per il benessere di entrambi.
Alle volte l’educatore può sentirsi esso stesso sopraffatto da certe dinamiche che sfuggono al suo controllo; ecco perché il lavoro d’equipe e di supporto reciproco fa sì che si possa contare sul supporto dei colleghi nella comprensione e gestione della situazione. Affidarsi all’equipe è sicuramente ciò che fa la differenza per favorire il lavoro dei singoli e il supporto ai ragazzi, ciò che può aiutarci nella gestione di un’eventuale situazione tanto complessa praticamente ed emotivamente.

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IL VALORE DELLA DINAMICITA’

IL VALORE DELLA DINAMICITA’

DEL CAMBIAMENTO DI UNA EDUCATRICE E DI UN EDUCATORE 

a cura di Saverio Fanfulla in servizio presso la Comunità minori “Don Andrea Gallo”

Educare – quindi accompagnare nei percorsi – richiede una capacità importante: ritrovarsi sempre di fronte a sfide che comportano un adattamento ogni volta diverso. La diversità e la dinamicità sono il pane quotidiano di tutte le educatrici e di tutti gli educatori, ed è utile che quest ultim siano sempre pronti a imparare nuove modalità di “restare” nelle relazioni. È necessaria dunque una competenza fondamentale: mettere in discussione ogni procedura e adattarsi alla dinamicità delle utenze. Da qui nasce il concetto di “life long learning”: creare un’apertura continua all’apprendimento lungo tutto il corso della nostra vita, professionale e non solo.**

Essere un* educat* comporta notevoli responsabilità, talvolta sottovalutate da chi lavora, per diverse ragioni.
Immaginiamo che “educare” significhi accompagnare l’educand* in un percorso di crescita che lo conduca all’autonomia. Durante questo percorso, fatto di alti e bassi, è essenziale mettere al centro l’educand* e le sue scelte, ascoltandol*, supportandol* e guidandol*. Bisogna essere capaci di accettarne le motivazioni, rispettarle e renderle produttive, anche quando non coincidono con quelle che avrebbe preso l’educat* in prima persona.
Serve la capacità di scendere a compromessi, mettersi in secondo piano e valorizzare un percorso che l’educat* non ha scelto, ma che ha adattato, facendolo calzare a pennello a chi ha di fronte.

Immaginiamo un vestito, neutro, e che l’educat* sia il sarto. Il cliente chiede delle correzioni e il sarto agisce in base a ciò che gli viene chiesto, lì dove può e dove realmente il risultato sia raggiungibile, permettendo a chi ha di fronte di splendere nel miglior modo possibile.
Questo è ciò che fa l’educat*: un lavoro che mette sempre da parte sé stess*, pur restando una persona che sceglie, agisce, prova e mostra emozioni, entrando in relazione secondo la propria esperienza.

Un* educat* al lavoro deve avere la capacità di adattare la propria esperienza e il proprio modo di vedere le cose a favore del benessere dell’educand*, partendo da un presupposto: la diversità.
Serve una grande capacità: giocare due “partite”, uscire e rientrare dal ruolo ogni volta che serve. A riposo bisogna essere una persona comune, con i propri interessi, la propria famiglia, ecc.; al lavoro occorre adattare il tutto a seconda di chi si ha di fronte.

La domanda, tenendo conto di questo preambolo, è quindi: quanto è facile perdere la bussola? Quanto è facile farsi condizionare dalla propria esperienza e “vivere la partita” in maniera poco efficace? Quanto si è disposti a fallire (in questo caso con una persona, non con una macchina) e “rimescolare le carte”, mettersi in discussione e crescere professionalmente?
Sono tutte domande che, mi auguro, un* educat* si dovrebbe porre almeno nei momenti salienti della propria carriera.

Un assunto da cui partire: l’educat* non è un* superero*. Sbaglia, si stanca e perde la bussola, anche facilmente, poiché se non si è pronti a vestirsi e svestirsi dei propri panni si rischia di creare solo deserto intorno a sé. Non sarebbe “attrattiv*” per l’educand* e si spegnerebbe nella propria vita privata. Dunque sì, è facile perdere la bussola se non si prende coscienza dei propri limiti, se non si è disposti a mettersi in discussione, a fortificare la propria personalità e a prendersi cura di sé.

L’esperienza è una delle parole chiave che ci aiuta a rispondere. Possiamo dividerla in due parti: esperienza personale di vita ed esperienza professionale. Entrambe si influenzano a vicenda.
L’esperienza personale di vita ci rende ciò che siamo: se siamo violenti, è l’esperienza che ci ha portati ad esserlo; se possediamo una solida competenza emotiva, è la nostra esperienza che ce l’ha donata e che noi abbiamo appreso, e così via. È ciò che riflettiamo agli altri: la somma di ciò che abbiamo vissuto.
L’esperienza professionale, invece, dipende da ciò che abbiamo appreso durante gli anni di lavoro. Se siamo stati buoni osservatori e ci è stato permesso di esserlo, allora avremo un ampio bagaglio esperienziale e sapremo muoverci con agilità, in questo caso, nelle relazioni con l’educand*.

Ciò che siamo professionalmente deve però arricchirsi nel tempo, lungo tutto il corso della carriera: lifelong learning.
Gli assetti mondiali cambiano, le guerre colpiscono sempre più territori, l’insicurezza dilaga e la paura ancor di più. Tutto questo produce un’utenza così variegata che sarebbe impossibile affrontare con un’unica modalità relazionale e di intervento. Serve fermarsi, riflettere e guardare chi ci sta accanto. Perché? Perché chi ci sta accanto ha sicuramente un’esperienza professionale diversa dalla nostra e potrebbe avere la risposta alle nostre domande.

Perché la mia presenza non funziona più? Perché il mio modo di agire risulta poco efficace? Perché l’utente non mi parla ed io, nonostante gli sforzi, non riesco a creare una relazione? Queste sono domande che ogni educat* si pone, a intervalli diversi.
Le risposte, secondo il mio parere, sono due: chiedere aiuto e creare una disponibilità al cambiamento, maturando una nuova professionalità capace di adattarsi ai nuovi orizzonti della pedagogia.

Il confronto tra esperienze, soprattutto se condiviso all’interno dell’équipe, diventa nuova linfa per chi svolge questo lavoro. Il confronto ci apre all’altro, ci fa riscoprire l’essenza delle relazioni e ci permette di adattarci alle nuove condizioni. L’educat* non deve mai lavorare da sol*, non può permetterselo: senza confronto non avrebbe possibilità di crescere e sarebbe “adatt*” solo a un tratto della propria carriera. L’educat* ha i libri, la propria équipe (laddove prevista, altrimenti la rete di colleghi), ha de* mentori a cui appoggiarsi e teorie da cavalcare.

La dinamicità e la capacità di adattamento devono quindi essere la salvezza da ogni fatica e la base di ogni crescita professionale.
È chiaro che ci sarebbero altre variabili da considerare, come l’ambiente che ci circonda, che spesso demotiva e non valorizza il lavoro meticoloso dell’educat*, trattandol* alla stregua di un* volontari*. L’ambiente in cui l’educat* è immers* spesso l* declassa, considerandol* una persona “nobile” per ciò che fa, ma non un* professionista. Questo porta inevitabilmente a una scarsa valorizzazione della pedagogia, che invece è una scienza fondata sul metodo sperimentale.

Questo però è un altro argomento che sì, è collegato a quello trattato in questo articolo, ma ci porterebbe oltre la traccia stabilita. Perché no: potremmo approfondirlo in futuro, soprattutto in riferimento ai servizi di accoglienza, dove l’ambiente che circonda l’educat* riveste un ruolo fondamentale e non potrà continuare a demonizzarlo così a lungo.

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E tu ci pensi mai?

E tu ci pensi mai?

A cura di Antonella Demonte e Valentina Mancini  (in servizio presso Comunità per gestanti e madri con figli “Ersilia Majno” di Conversano)

Ci pensi mai a cosa prova chi è dall'altra parte? L'utente...

Nell'aprile del 2022 riceviamo la richiesta di accoglienza in emergenza di una mamma con due figli; vi è anche con loro il padre che avrebbe dovuto stare in una Casa di comunità. Ci richiamano trenta minuti dopo per dirci che, invece, per quel nucleo hanno trovato altra sistemazione ma dobbiamo comunque accogliere una mamma della Sierra Leone con suo figlio di 4 anni. Inizia così l'esperienza con Aminata e suo figlio Abu (nomi di nostra fantasia).

Aminata parla poco italiano ma vuole lavorare perché ha altri due figli e marito in Sierra Leone. Abu è vivacissimo e non sta mai fermo. Capita spesso ai bambini che sono continuamente in viaggio. E Abu di viaggi se ne intende: perché lui è nato durante il viaggio verso l'occidente.

Dopo alcuni tentativi andati male, Aminata si inserisce in un'azienda dolciaria di alcuni conoscenti di Conversano e, gradualmente, si integra e inizia a farsi volere bene. Intanto, Abu con le sue marachelle è diventato la mascotte della comunità. Anche all'asilo gli vogliono bene ma segnalano la sua forte irrequietezza tanto da essere visitato dal servizio specialistico che gli affida un sostegno scolastico. Intanto madre e figlio iniziano anche un percorso con la psicologa di struttura, un percorso che li avvicinerà sempre di più e in parte placherà l'agitazione del bambino.

Dopo vari mesi alla ricerca di una casa, finalmente a settembre del 2024, grazie anche ad un padrone di casa particolarmente sensibile, Aminata e suo figlio trovano casa nel paese dove lavora la signora. Ma un lavoro e una casa non possono bastare anche perché la signora inizia a lavorare ogni mattina alle ore 7:00. Iniziamo a costruire una rete che li accolga e li supporti: Servizio Sociale, Caritas, Comunità "Papa Giovanni XXIII", Centro Diurno, Scuola, amici di amici.

Finalmente a ottobre del 2024 madre e figlio vengono dimessi dalla nostra struttura e iniziano la loro vita. Per alcuni mesi, abbiamo continuato a lavorare con loro coordinando e monitorando le difficoltà pratiche e quelle relazionali ma a gennaio 2025 abbiamo potuto interrompere il nostro contributo. Ora, occasionalmente, li vediamo ancora: da operatrici siamo diventate loro amiche!

Questa esperienza ci ha molto emozionato. Facciamo alcune considerazioni.

Nella storia della nostra comunità mamma-bambino Ersilia Majno, la storia di Aminata e Abu è stata un grande traguardo, una di quelle storie di rinascita che tocca il cuore e lì resta. Aminata è arrivata da noi con il suo piccolo Abu, piena di paure e diffidenze, quelle che chi viene da lontano porta addosso in ogni momento, quelle che solo guardando la "persona" si riescono a percepire. 

Ed è proprio in comunità che Aminata ha iniziato a costruire i primi passi verso l'autonomia e vedere uno spiraglio di luce in quel tunnel buio che ha segnato profondamente il suo vissuto.

Il suo percorso è stato sempre caratterizzato dalla sua voglia di indipendenza, dalla sua voglia di affermarsi e da uno studio costante e anche autonomo della lingua italiana. Aminata ha voluto con tutta se stessa prendersi il suo posto nel mondo, cercando senza sosta un lavoro che le permettesse di essere libera dal vincolo comunitario per distaccarsene.

Il nostro lavoro di équipe è stato centrato principalmente sul supporto relativo a questa sua grande volontà e a lavorare sui suoi stili educativi nei confronti di Abu, un po' differenti dai nostri per via della cultura. Con il supporto degli educatori, ha trovato la sua occupazione e si è dimostrata sin da subito responsabile, costante e con una vera e propria dedizione smisurata nei confronti di un impegno quale il lavoro in sé.

L'abbiamo supportata nella ricerca di una casa, nel territorio dove lavora attualmente... e dopo una infinita ricerca siamo riusciti finalmente a trovarla. Ha alternato momenti di gioia a momenti di intenso sconforto dove, sostenuta da tutta l'équipe, è riuscita a fare questo grande passo. "Uscire" significava per lei affrontare la vita reale senza quella protezione quotidiana che caratterizzava la sua vita in comunità.

Nell'intenso lavoro di attivazione della rete sociale sul nuovo territorio, Aminata è stata collaborativa dal primo istante, rendendosi disponibile e anche accogliente verso le sue nuove conoscenze, comprendendo l'importanza di avere punti di riferimento a cui aggrapparsi per qualsiasi evenienza.

I suoi obiettivi chiari e la sua forza di volontà sono stati tra i motivi per cui ogni intervento è stato un passo in avanti. La ricerca della casa, la creazione della rete sociale sul nuovo territorio, l'adattamento di Abu... Adesso madre e figlio hanno una casa tutta per loro, vivono in autonomia e sono felici.

Abu frequenta la scuola primaria e un centro diurno che lo sostiene nello svolgimento dei compiti e anche dopo fino a che la mamma non termina il suo lavoro e lo va a riprendere. Cresce circondato da affetto e nuove opportunità. Lei sta avviando le pratiche per ricongiungersi con il marito e il suo primo figlio, che vivono in Africa e che non vede da quasi 7 anni. Questa estate lei e il suo bambino sono riusciti ad andare in vacanza, pensa spesso a tutti noi con grande gratitudine e ci manda foto e video per aggiornarci e salutarci.

Se c'è una frase che spesso dice è "io stanca"... si riferisce al lavoro, ma quando le chiedi se è serena risponde "Madonna sì". E questo è quello che conta più di tutto! La loro è la testimonianza concreta di come il percorso in comunità non sia solo un periodo di accoglienza, ma l'inizio di una rinascita, di una nuova vita.

È questo che dovrebbe interessarci per le "persone" per cui lavoriamo con impegno ogni giorno. E tu ci pensi mai a cosa prova chi viene accompagnato verso la serenità?

Ci pensi mai a cosa prova chi è dall'altra parte? L'utente...

Questa parola che crea distanza tra chi offre il servizio e chi lo riceve. Questa parola che persino l'ultima modifica del Codice Deontologico degli Assistenti Sociali del 2020 ha voluto sostituire con termini quali "persona, individuo, soggetto".

Ci pensi mai a cosa prova la persona che arriva da noi? Quanto riusciamo a connetterci con l'altro in qualità di persona prima che in qualità di colui/colei per cui stiamo lavorando e mettendo in atto interventi? Per quanto è alla base del nostro lavoro, a volte risulta difficile...

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"In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, v'è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare."

Don Bosco


"Il mondo ha bisogno di voi per cambiare, per ribaltare la logica corrente che è logica di violenza, di guerra, di dominio, di sopraffazione. Il mondo ha bisogno di giovani critici."

Tonino Bello

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